Quello che le donne saudite non dicono

Quello che le donne saudite non dicono


di Giulia Marani (Giornalettismo, 17 giugno 2015)


– Essere donna in Arabia Saudita può sembrare un esercizio complesso ai nostri occhi occidentali.

Essere donna in Arabia Saudita può sembrare un esercizio complesso ai nostri occhi occidentali. Si tratta di camminare su un filo teso tra ciò che è lecito – comportamenti, frequentazioni, azioni anche quotidiane o banali – e ciò che è haram, proibito, eludendo i controlli della polizia religiosa. Si tratta di indossare l’abaya, una tunica nera larga e lunga fino alle caviglie, completata dall’hijab, un velo dello stesso colore che deve necessariamente celare alla vista i capelli, le orecchie e la nuca, oppure dal niqab, che lascia scoperti solo gli occhi, e di dipendere per tutta la vita da un tutore maschio. Il divieto di guidare, inoltre, obbliga le donne a fare ricorso a un autista per qualunque spostamento, compreso il tragitto casa-lavoro.

Strette in una morsa di divieti e proibizioni, le donne saudite non sono spesso al centro dell’attenzione in Occidente, se si escludono i dati raccolti dagli osservatori che si occupano di diritti civili e qualche exploit cinematografico – per esempio, il successo di pubblico e critica del film “La bicicletta verde”, della regista Haifa al Mansour, uscito nel 2012. Una delle ragioni di questo silenzio è senz’altro la difficoltà d’accesso alle opinioni della metà femminile dei sudditi di Re Salman: nel paese dove vige la più rigida segregazione di genere al mondo, la frequentazione delle donne locali è preclusa agli stranieri, a meno che questi non appartengano al gentil sesso e non risiedano per un periodo abbastanza lungo a Riad e dintorni.

NONOSTANTE IL VELO: L’OPERA – Una giornalista e saggista italiana, Michela Fontana, ha trascorso più di due anni in Arabia Saudita al seguito del marito e ha avuto modo di penetrare l’harem diffuso nel quale vive la popolazione femminile del paese. Il risultato di questa esperienza è un e-book dal titolo Nonostante il velo, pubblicato da una giovane casa editrice digitale, Vanda ePublishing, che raccoglie le storie di moltissime donne saudite – alcune molto famose, come la scrittrice Rajaa Alsanea, autrice del controverso romanzo “Ragazze di Riad”, o la giornalista Somayya Abarti, la prima saudita nominata direttore di un quotidiano, mentre altre sono semplici mogli e madri – mettendo a nudo ambiguità e contraddizioni di una cultura che conosciamo ancora poco a queste latitudini. Un libro lucido e necessario, che le donne di cui si parla non leggeranno perché come tanti altri è stato messo al bando nel paese.

SOCIAL NETWORK E ATTIVISMO DIGITALE – Eman è la più nota blogger saudita. Attraverso internet, lei e le sue compagne hanno riportato al centro dell’attenzione la rivendicazione del diritto di guidare l’auto, con una serie di azioni dimostrative ispirate alle manifestazioni dei primi anni Novanta. Iva abita nel Qasim, la provincia considerata il nucleo più conservatore del paese. Negli anni Ottanta ha creato un centro autogestito per fornire assistenza alle donne che avevano subito violenze. Oggi, la sua campagna per favorire la partecipazione delle donne alle elezioni municipali si appoggia sulla rete. Wadha, vittima di un padre padrone, ha programmato la sua fuga all’estero fin nei minimi dettagli con la complicità di una ragazza conosciuta in chat. Asma è stata ripudiata due volte. Tradizionalista e molto religiosa, trascorre le giornate accudendo il figlio del fratello e cercando di scovare su Twitter le persone, soprattutto ragazze, che organizzano picnic o altre attività che considera “troppo licenziose”, per poi denunciarle ai mutaween. Che si tratti di attiviste che si battono per l’emancipazione femminile oppure di paladine del fondamentalismo di stampo wahhabita, nessuna donna saudita si allontana troppo dal suo smartphone.

Internet, accessibile nel paese dal 1999, ha assunto un ruolo di primo piano in Arabia Saudita. Gli utenti di Facebook – oltre sei milioni – e di Twitter – tre milioni circa – sono in percentuale tra i più numerosi nei paesi arabi. Anche se la censura sul web è palese, le autorità faticano ad arginare la circolazione delle informazioni sui social network. Mentre Facebook e Twitter diventano piattaforme attraverso le quali organizzare – sempre con estrema prudenza – il dissenso, la comunicazione digitale svela i soprusi compiuti dalle autorità nei confronti di alcune donne e le situazioni di degrado rendendo le nuove generazioni più consapevoli delle ineguaglianze sociali e di genere.

MASCHERE E COMPLICITÀ – Se alcuni aspetti della vita delle donne intervistate da Michela Fontana possono sorprendere, per esempio l’uso di abiti provocanti sotto l’abaya o il ricorso massiccio alla medicina estetica, uno degli aspetti che emergono con più forza dalla narrazione è la necessità di un continuo adattamento al contesto sociale. “A noi riesce bene modificare i nostri comportamenti a seconda degli ambienti in cui ci troviamo, lo facciamo per spirito di sopravvivenza” rivela la scrittrice e attivista Munira. Oltre alla paura, entra in gioco anche il benessere economico, che spesso agisce come freno alle possibili rivendicazioni. Il flusso di petrodollari nelle casse reali garantisce al paese un apporto costante di ricchezza e offre il miraggio di una vita facile e agiata alla maggioranza della popolazione, rendendo la società saudita una delle più consumistiche al mondo. I cittadini godono di numerosi vantaggi, dalle scuole pubbliche gratuite alla sanità gratuita, dal prezzo irrisorio della benzina allo stipendio garantito dal governo ai giovani che frequentano le università pubbliche. La cura della casa e l’elevamento dei figli, che prima del boom petrolifero costituivano l’occupazione principale per le donne, sono oggi appannaggio quasi esclusivo delle domestiche straniere, una presenza costante nelle case saudite. Se le donne non lottano con forza per conquistare maggiore libertà, quindi, non è soltanto per timore delle conseguenze ma anche perché la ricchezza compensa le limitazioni della libertà.“Scherzi? E dover prendere il metrò tutte le mattine per andare al lavoro? Qui la vita è facile, ho un ottimo stipendio e non devo lavorare troppo per raggiungere una buona posizione” chiosa un conoscente dell’autrice, descritto come un uomo di larghe vedute e cosmopolita, in risposta alla domanda su un suo eventuale trasferimento a Londra.


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