Perché le donne competono fra loro

Perché le donne competono fra loro

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Il conflitto fra le donne… non è un problemino fra isteriche ma il retaggio di un’antica ferita”, Sofie della Vanth.

Carla Lonzi diceva che la donna appartiene alla specie dei vinti ma non vuole ripetere la storia dei vincitori.

Un’operazione non sempre facile però, soprattutto quando anziché allearsi con le altre si compete. Ma perché proprio noi donne tanto famose per la nostra capacità di tessere relazioni siamo, tra di noi, così schive?

Sofie della Vanth in “Il conflitto fra donne… non è un problemino fra isteriche ma il retaggio di un’antica ferita” indaga a fondo questo tema aiutandoci a fare un esercizio di autocoscienza perché solo ponendo il problema potremo affrontarlo. 

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“Normalmente il conflitto fra le donne viene percepito come una faccenda privata e tacitamente accettato come condizione normale, senza un’analisi del momento storico, del tessuto politico-sociale, del paradigma della nostra società “civilizzata” in cui esso si manifesta.

Ci sono due principali contestazioni sollevate di frequente quando si parla del conflitto fra le donne, che poggiano su un pensiero generico – e non di genere –, come se non si fosse arrivate/i a comprendere fino in fondo il significato rivoluzionario del femminismo per la nostra società di oggi e di domani.

La prima dice: “Io non ho conflitti con le donne e non li conosco, non esistono nella mia vita”.

Senz’altro ci sono donne che non hanno esplosioni conflittuali in atto nella loro storia personale, lacerazioni aperte o sfuriate pubbliche e che stanno bene più o meno con tutte e con tutti, essendo bravissime diplomatiche, capaci di gestire situazioni precarie. Ciò però non vuol dire che non conoscano il conflitto, o che non ci sia. A volte si svela nell’irritata osservazione del comportamento conflittuale di amiche, incompreso come tale e considerato piuttosto una noiosa perdita di tempo e di energie. A volte si nasconde bene, come succede sovente anche tra le donne che subiscono violenza domestica. Bisogna aprire la scatola e spiegare cosa si intende per conflitto, come altrettanto bisogna spiegare come si articola la violenza – una botta di là, una denigrazione di qua – per cogliere la realtà del fenomeno. Soltanto riconoscendolo si può evitare l’applicazione del so­lito giudizio maschile, e spesso delle stesse donne sulle don­ne e le loro bizze, per aprire alla possibilità di accogliere e considerare una verità più ampia.

L’altra contestazione dice: “Non c’è differenza tra i conflitti fra le donne e i conflitti fra donne e uomini o fra uomini”.

C’è invece.

C’è differenza fra un conflitto con un oppressore o tra oppressi. Di fatto non esiste per le donne parità nella società attuale ed è indispensabile riconoscere questo come un aspetto determinante. Il campo in cui si svolge il contrasto definisce una disparità fra i sessi, e quindi le modalità e i limiti del rapporto, le speranze, le aspettative, le valutazioni sociali e il naturale accesso al potere personale.

Un altro elemento determinante è che le donne entrano subito in sintonia fra loro su un livello poco praticato, poco percepito coscientemente – se non proibito – nella cultura attuale. Vivono immediatamente un sapere disponibile e condiviso. Questa coesione tocca e attiva il “campo morfico” (di cui parleremo) femminile, in cui esistono contenuti non condivisibili con altre specie e neanche con gli uomini. Sebbene durante l’Inquisizione siano stati bruciati anche uomini, la maggior parte dei roghi è stata riservata alle donne quali rappresentanti della cultura pagana, matriarcale e del sapere femminile in collegamento con la Natura e la Terra. Questa eredità storica ricopre le donne di vergogna, umiliazione, terrore, sfiducia, negando le loro facoltà intrinseche. Impedisce di vivere serenamente nell’adempi­mento della pienezza e integrità e si riversa in modo differente, rispetto agli uomini, nel rapporto fra loro.

In seguito a questo sconvolgimento culturale la donna nasce, da diversi secoli oramai e ancora oggi, nella convinzione di essere colpevole, sporca, inferiore e incapace, appendice di un “qualcun altro”, il solo in grado di comprendere com’è fatta la vita e come bisogna fare. Sarebbe ingenuo credere che sia un fatto su cui è possibile sorvolare.

Bisogna scavare nel profondo per tematizzare il conflitto fra le donne come fenomeno e inventare un linguaggio adeguato per descrivere cosa sta davvero succedendo, quanto fa male, quanto occupa i nostri pensieri. Spesso rimane lì come un ulteriore avvenimento non definibile anche se ci fa soffrire, anche se limita le possibilità di realizzare progetti fra donne e lascia ferite che ci rendono caute e rassegnate, che ci incitano a rinunciare e a ignorare le vocine che cantano di altro”.

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“Le radici materne dell’economia del dono”, Genevieve Vaughan

14 Marzo 2020

“Homo donans. Per un’economia del materno”, Genevieve Vaughan

14 Marzo 2020