L’ecologia spiegata dalla Natura

L’ecologia spiegata dalla Natura


di Daniela Danna (KaiZen, 10 gennaio 2019)


– In questo brano è la Natura che parla. Affronta le domande dell’umanità e risponde alle sue obiezioni, in una lezione indimenticabile, che ci svela molte cose sugli esseri umani che non immaginavamo nemmeno. Come la nostra reazione di fronte alle situazioni di emergenza.

Ti preoccupi del futuro e quindi lo distruggi? Un bel paradosso. O davvero non capisci dove state andando. Ma sì, forse non siete irrimediabilmente avidi né spinti dalla vanità, dal denaro, dalla smania di avere successo, concentrati solo sulla vostra scalata sociale. Questo è il velo di Maya, è solo l’illusione su come funzionano veramente le società umane. Infatti la paura non è un artificio, è un’emozione profondamente umana, e animale. Non è un sentimento indotto dalla società, è biologica, ed è molto utile: può salvarti la vita quando ti spinge a scappare! Da quando la vostra mente concepisce l’idea di futuro, questa prospettiva ignota vi fa paura, una paura che può intorbidare anche il presente più sereno e felice. E allora accumulate, in vista dei tempi bui, in previsione dell’inverno. Non fate male. Peccato solo che vi abbiano convinto che la mossa vincente sia l’accumulo di denaro. Investite in azioni di Borsa… ma accumulate piuttosto azioni vere, quelle realmente utili agli altri, nella fiducia che vi sarà reciprocità quando ne avrete bisogno. Vi assicuro che è un’assicurazione molto più efficace.

È così che fanno i poveri, molto più pronti ad aiutarsi tra loro, mentre i ricchi ti chiudono la porta in faccia se non appartieni alla loro classe sociale. Sarà per la stretta associazione coi poveri che la reciprocità è diventata démodé, come il pane nero? Lo è anche, purtroppo, nei Paesi poco sviluppati, come scrive Wangari Maathai ne La religione della Terra (Sperling & Kupfer, 2011): «L’economia e la cultura di molti nativi sono passate da un senso di responsabilità collettiva per il benessere della comunità, basato su una condivisione dello spazio pubblico e del bene comune, a un’etica individualista che si concentra sul sé. Mentre in passato la comunità poteva essere definita in base al modo in cui condivideva le ricchezze della terra tra i propri membri e i visitatori, ora è disorientata e ha perso ogni contatto con quella terra e le usanze che l’hanno sostenuta sotto tutti i punti di vista, fisico, ambientale e morale».

 

L’AIUTO RECIPROCO, IL LEGAME DELLA COLLETTIVITÀ

La generosità è una vostra caratteristica tanto quanto l’avidità, e nelle situazioni più difficili si manifesta. A New Orleans, dopo l’uragano Katrina, la grande disinformatrice che è la televisione chiamava «saccheggio» l’approvvigionamento di viveri e convinceva gli spettatori che gli abitanti della città fossero regrediti all’hobbesiana guerra di tutti contro tutti mostrando uomini armati ovunque. Invece chi ha vissuto là in quei giorni ha testimoniato come gli uomini armati fossero quelli mandati dallo Stato, oppure sporadiche ronde razziste scatenate in un’impunita «caccia al negro», mentre la gente comune cercava di aiutarsi a vicenda (e se non bastasse lo stato di necessità come giustificazione per il self service nei negozi, c’è anche da dire che altrimenti le derrate non consumate sarebbero marcite) dimostrando come in fondo anche gli esseri umani sono capaci di grandi e ottime azioni.

Non è stata la prima volta nella storia, come sanno i sociologi che studiano le catastrofi. In Un Paradiso all’inferno (Fandango, 2009), Rebecca Solnit così spiega la gioia, addirittura l’euforia, provata dai sopravvissuti nel soccorrersi reciprocamente: «Un’esperienza che fu essenzialmente quella della partecipazione alla collettività, della conquista di un ruolo nella vita pubblica, del legame con gli estranei intorno a noi e in tal modo a quella astrazione che chiamiamo società. […] Una parte di questa gioia la ritroviamo a volte in un disastro e il suo effetto è così profondo che alcune persone ricordano i disastri, dal bombardamento di Londra al crollo delle torri del World Trade Center, con uno strano ardore. Abbiamo, o quantomeno la maggior parte di noi ha, un profondo desiderio di questa vita pubblica democratica, di una voce, di partecipazione, di uno scopo e un significato che non possono essere solo personali. Desideriamo un’individualità più grande e un mondo più grande».

E questo contro la visione della società che hanno i vostri padroni: «Le élite della Gran Bretagna prima della Seconda guerra mondiale prevedevano che la cittadinanza si sarebbe sgretolata, mentre i leader statunitensi che organizzavano le guerre nucleari giunsero alla conclusione che i sopravvissuti rappresentassero una minaccia superiore alle stesse bombe. La mia impressione è che il panico dell’élite riguardi persone potenti che vedono tutta l’umanità a propria immagine e somiglianza. In una società basata sulla competizione, chi è meno altruista spesso arriva ai livelli più alti della gerarchia. E in quella posizione danno vita a una rappresentazione che è assai più vicina agli scenari del darwinismo sociale che a una delle situazioni scoperte da Kropotkin in Siberia», la frontiera dell’impero russo dove l’anarchico visse, in terre selvagge, a contatto coi popoli nativi.

L’esperienza gli ispirò il libro Il mutuo appoggio, dove contesta la visione del darwinismo sociale e afferma che non è la competizione la condizione originaria degli esseri umani quanto degli animali: è piuttosto la collaborazione a essere necessaria per la sopravvivenza, ed è questa la condizione umana naturale.

 

I CITTADINI CHE «DANNO FASTIDIO»

Anche a New Orleans, dopo l’uragano, salvare vite umane divenne un’attività fuorilegge. Continua Rebecca Solnit: «Un muscoloso agente della polizia statale con un fucile calibro 12 disse a uno dei medici che sovrintendevano all’evacuazione [del Charity Hospital]: “Dottore, chiuderemo questa rampa di carico alle 5 del pomeriggio. Dopo le 5 non siamo in grado di garantire la sicurezza da queste parti”. Un medico protestò affermando di non capire quali fossero i problemi di sicurezza. L’agente replicò: “Dottore, siamo noi che decidiamo quali sono le minacce alla sicurezza”». Perché questa arroganza? «Tricha Wachtendorf, sociologa esperta di disastri che trascorse diverso tempo a New York dopo l’11 settembre, commenta che spesso i volontari che convergono nel luogo della catastrofe danno fastidio alle istituzioni perché “l’immagine di questi gruppi mette in risalto l’inadeguatezza degli interventi ufficiali”».

L’11 settembre negli Stati Uniti «furono i cittadini stessi a prendere le decisioni più importanti, dall’evacuazione degli edifici del World Trade Center, nonostante l’invito a non muoversi da parte della Port Authority, fino all’organizzazione di enormi sforzi per i soccorsi. Mentre il Pentagono non fu in grado di agire, i cittadini furono protagonisti di drammatiche azioni sul volo 93 [l’aereo precipitato senza raggiungere l’obiettivo dei dirottatori], probabilmente grazie alle rapide decisioni e azioni collettive dei passeggeri. Non si trattò solo di un momento di mutuo soccorso e altruismo, ma anche di un momento di democrazia partecipativa nell’agorà di Union Square, nei dispensari, nelle cucine improvvisate e nell’impegno dei volontari in tutta la città.

Le persone decisero di fare qualcosa, unite tra di loro, in genere con perfetti sconosciuti, e resero possibile tutto questo. Fu anarchia nel senso di Kropotkin, autodeterminazione piuttosto che caos».

Come abbiamo visto a L’Aquila, il vero sciacallaggio è quello di chi usa le catastrofi per fare affari. Così è successo anche a New Orleans: «Questi personaggi fecero della catastrofe un’opportunità per promuovere obiettivi conservatori: licenziarono tutti gli insegnanti di New Orleans e reinventarono di sana pianta il sistema scolastico come un sistema prevalentemente basato su istituti privati sovvenzionati dallo stato e meno soggetti al controllo di genitori e contribuenti; chiusero tutta l’edilizia popolare della città proprio quando il bisogno di case era più disperato, gli affitti stavano salendo all’impazzata e i grandi complessi abitativi erano alcuni degli alloggi più illesi in molti quartieri; abbandonarono il Charity Hospital, per intere generazioni la fonte di maggior assistenza sanitaria dei più poveri; ridussero il trasporto pubblico dell’80%».

 

L’ARMONIA CON LA NATURA, L’ARMONIA CON SÉ STESSI

È sempre possibile garantirsi profitti sfruttando di più te o me, l’uomo o la natura. Ma poi… guardami bene!

Io sono te.

L’ecologia è la scienza della propria casa.

E questa casa non è un’azienda, né lo può diventare, come scrive Rebecca Solnit: «Praticamente tutti noi risponderemmo, se ci fosse chiesto, che le società del mondo industrializzato sono capitaliste – ossia basate su un modello di competizione e scarsità – ma non è vero che esse lo sono nella loro interezza. Le economiste radicali J.K. Gibson-Graham (due donne che si firmano con un solo nome) ritraggono la nostra società come un iceberg, nel quale le pratiche capitaliste competitive sono visibili sopra il livello dell’acqua mentre al di sotto si nasconde ogni genere di relazione di aiuto e collaborazione da parte di famiglie, amici, vicini, chiese, cooperative, volontari e associazioni di volontari – da quelle sportive ai sindacati dei lavoratori – oltre alle attività che sono fuori dal mercato, sotto il banco, il baratto di lavori e oggetti e molto altro, una rete vivacissima di imprese non commerciali. Le tribù, i clan e i villaggi in cui vigeva il mutuo soccorso di cui ci parla Kropotkin non sono mai spariti del tutto, anche tra noi, in questa nostra società moderna. In occasione di un disastro, come notò lo stesso Samuel Prince, diventano visibili e importanti. Le persone del luogo di un disastro si comportano in base a regole del tutto diverse, ma anche quelle che sono lontane diventano spesso generose donando tempo, beni e denaro». Questo dovete fare: mettere in pratica l’ecotopia per creare una società finalmente in armonia con me – con la Natura… cioè con voi stessi.

 

LA PAROLA ALLA NATURA

Dalla parte della Natura (Morellini/VandA epublishing, 2018) è un testo originale, ricco di spunti e in grado di fornire una visione d’insieme alle questioni che riguardano il rapporto tra umanità e natura. La sociologa Daniela Danna propone l’artificio retorico della comunicazione in prima persona della Natura. E si confronta con un interlocutore umano spesso imbarazzato, pigro, conservatore e opportunista. Un esempio godibile di critica ecofemminista che propone con rigore e coerenza il superamento di un rapporto proprietario e di dominio con la natura vivente. L’autrice ritiene che l’umanità sappia benissimo qual è la soluzione. Come ci si debba comportare nel rispetto della natura. E richiama una serie di casi in cui di fronte all’emergenza ambientale, l’autorganizzazione ha aperto strade funzionali ed efficaci per tutti.

 

Daniela Danna è sociologa e si occupa di questioni di genere, analisi dei sistemi-mondo, rapporto società-ambiente, decrescita. Le sue ultime pubblicazioni sono Fare un figlio per altri è giusto… (Falso)! (Laterza, 2017), Maternità. Surrogata? (Asterios, 2017), La Piccola Principe (VandA ePublishing 2018), Il peso dei numeri: Teorie e dinamiche della popolazione (Asterios, 2017). Vi aspetta sul sito Web  www.danieladanna.it.


 

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