Baby Trans Generation

Baby Trans Generation


di Terry Marocco (Panorama, 24 dicembre 2018)


– In Italia sono centinaia i ragazzi che vogliono cambiare sesso a volte senza conoscere le conseguenze di un gesto irreversibile.

A scuola non ne vuole parlare nessuno. Il preside nega. I genitori sono sconcertati. A Milano in una classe di prima liceo scientifico ci sono due ragazzi che sono in «transizione», ossia hanno iniziato il percorso per cambiare sesso. Sono minori gender variant, così li definiscono gli esperti. Hanno quattordici anni. Una ragazza con i seni fasciati, che vuole diventare uomo, e un ragazzo che indossa la felpa rosa e vuole diventare donna. Lei è appoggiata dalla famiglia, che ha chiesto sostegno alla scuola. Il ragazzo invece ha una situazione familiare difficile e nessun appoggio. Racconta una madre che ha la figlia nella stessa classe: «I professori assecondano la ragazza, chiamandola con il nome maschile che si è scelta. Tutto è vissuto con serenità, non ci sono stati episodi di bullismo. All’inizio c’era un comprensibile sconcerto da parte dei genitori più che dei compagni». La ragazza ha i capelli corti, jeans larghi a coprire le forme, si rifiuta di entrare nel bagno delle femmine e così usa quello degli insegnanti. In palestra scende sempre già cambiata. Per il ragazzo invece, che viene a scuola truccato e con abiti femminili, il percorso è in salita. Invece in una scuola materna di Roma una maestra all’inizio dell’anno si è trovata di fronte a qualcosa che non aveva previsto di dover affrontare: «Ha sette anni, anagraficamente è un bambino, ma vuole essere trattato come una bambina» racconta, chiedendo di rimanere anonima. «L’anno scorso alternavamo maschile e femminile, ma da quest’anno vuole essere chiamato solo al femminile. I compagni l’hanno vissuta con naturalezza, anche quando ha fatto la parte di Dorothy nel Mago di Oz. Le paure sono arrivate dai genitori. Temevano che i figli si confondessero o volessero seguire l’esempio di quel bambino. Alcuni chiedevano se la transessualità fosse contagiosa. Lui con il suo zaino rosa e i capelli lunghi è assolutamente deciso: vuole essere una femmina». I dati, a livello mondiale, parlano di un bambino ogni cento con uno sviluppo atipico dell’identità di genere. Negli Stati Uniti si stima che 150 mila adolescenti tra i 13 e i 17 anni si identifichino come transgender. In Italia i numeri sono più contenuti: più di trecento casi presi in carico dalle strutture pubbliche, ma la cifra è sottostimata. Perché molte famiglie non hanno il coraggio di affrontare i medici. Resta un fenomeno sommerso, un tabù difficile da raccontare. In Gran Bretagna e Stati Uniti l’infanzia trans ha assunto proporzioni preoccupanti. Nel giro di pochi anni alla clinica Tavistock and Portman – Nhs Foundation Trust di Londra hanno registrato un’impennata di richieste di minori che vogliono iniziare la transizione, con un incremento del 400 per cento. Spesso questi programmi godono di finanziamenti pubblici. Così la fondazione britannica Mermaids, il più importante punto di riferimento per i giovani che vogliono cambiare sesso, ha ricevuto più di 150 mila sterline dallo Stato. In America invece i proventi dalle vendite di testosterone sono cresciuti vertiginosamente. La stima per il 2018 è di 3,8 miliardi di dollari, con un aumento del 58 per cento. Nonostante il testosterone sia usato anche per altri scopi, l’aumento del ricavo è correlato con la proliferazione delle cosiddette gender clinics, che a oggi sono oltre cinquanta. Dieci anni fa ce n’era solo una. Preoccupa le famiglie che le linee guida per gli insegnanti, soprattutto in Scozia, stabiliscano di tenere fuori i genitori da queste problematiche. Twittano madri allibite sul famoso blog transgendertrend.com: «In una scuola 76 bambini si sono definiti gender fluid: adesso cosa dobbiamo fare, festeggiare?». Sono sempre più giovani, come dice la sociologa Daniela Danna nel suo saggio La Piccola Principe (Vanda.epublishing): «Una decisione così grave e carica di conseguenze fisiche ed emotive, come il cambiamento fisico e legale di sesso non può essere presa da un adolescente, tantomeno nell’infanzia». Una recente ricerca inglese, racconta Danna, si è interrogata sulle «detransizioni»: 200 ragazze che a 17 anni avevano cambiato sesso a 22 sono tornate indietro. Ma secondo alcuni medici non è facile fare il percorso inverso: «Gli specialisti del genere dicono che i farmaci per bloccare la pubertà non hanno effetti collaterali e che sono reversibili, ma nessuno lo sa con certezza» conclude la sociologa. Da tre mesi sono stati autorizzati anche in Italia dall’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Negli adolescenti con sesso biologico femminile interrompono il ciclo mestruale e la progressione della crescita del seno, in quelli di sesso biologico maschile l’abbassamento del timbro della voce, la crescita dei peli e lo sviluppo dei testicoli. L’unico centro italiano dove vengono prescritti è quello di Medicina della Sessualità e Andrologia dell’ospedale di Careggi a Firenze, dove l’endocrinologa Alessandra Fisher e la psicoterapeuta Jiska Ristori sono le autorità in materia. Spiegano: «Quando si parla di bloccanti della pubertà si fa riferimento ai cosiddetti GnRHa tra cui il più conosciuto è la triptorelina. Si tratta di farmaci usati in età pediatrica in quanto il loro utilizzo è registrato per il trattamento della pubertà precoce. In casi di adolescenti con la cosiddetta “disforia di genere”, che soffrono a causa dell’incongruenza tra identità di genere e sesso biologico, possono essere usati per sospendere lo sviluppo puberale quando questo va in una direzione non desiderata e quando ciò è fonte di estrema sofferenza. La finalità psicologica che si accompagna all’uso di tale farmaco è proprio di consentire ad alcuni adolescenti con “disforia di genere” di continuare a esplorare la propria identità di genere senza la sofferenza di un corpo che continua a sviluppare in una direzione non desiderata». Assicurano i due medici che tutto è completamente reversibile. «I farmaci bloccanti non sono mai usati nell’infanzia, ma solo durante l’adolescenza». A Firenze sono stati prescritti in tre casi con approvazione del comitato etico pediatrico. «Sono in progressivo aumento, al momento ci sono arrivate dieci richieste». Alberto P., 58 anni, informatico, ha una figlia che assume i bloccanti: «In terza media, il giorno di Natale, ci disse che non si sentiva una ragazza. Siamo una famiglia aperta, ma il colpo fu duro. Il primo pensiero è andato a un futuro doloroso, soprattutto in una piccola città di provincia. Ha assunto i bloccanti ipotalamici, perché quando le veniva il ciclo arrivava a manifestare istinti suicidi. Ora è rifiorita, in prima liceo ha fatto coming out in classe». Oggi si fa chiamare Alessandro. «Vorrebbe partecipare alla gita scolastica a Venezia» continua il padre «e gli sembra normale dormire con i maschi. Ma gli abbiamo spiegato che non è possibile. Non ha pensato a cosa può essere la violenza del branco. Molti compagni non hanno capito il suo percorso. Alcuni non lo salutano più. E i nostri amici, quelli più progressisti, sono spariti». Damiana Massara, psicoterapeuta e coordinatrice nazionale della Commissione minori dell’Onig, l’Osservatorio nazionale sull’identità di genere, spiega: «Non si parla di cambiamento di sesso nel caso di minori, ma di sviluppo atipico dell’identità di genere. Nella maggioranza dei casi la disforia di genere si scioglie durante il passaggio tra infanzia e adolescenza, permanendo solo in una percentuale compresa tra 12 e 27 per cento. Dopo i 16 anni possono decidere di andare avanti e utilizzare gli ormoni cross sex, estrogeni o testosterone». Quando la dottoressa iniziò a occuparsi di questi temi nel 1987 i genitori spesso buttavano i figli fuori casa. «Oggi» aggiunge Massara «cercano di capire, aiutare. Il numero degli adolescenti è cresciuto, soprattutto nella fascia d’età dai 13 ai 15 anni. Il più piccolo che abbiamo incontrato aveva tre anni. Lo sviluppo atipico dell’identità di genere è molto diffuso tra i bambini adottati, non si conosce la ragione. Dal 2005, quando è iniziata la nostra attività a Torino, al Cidi-Gem, il Centro interdipartimentale disforia di genere delle Molinette, abbiamo preso in carico oltre cento casi». Al passaggio puberale i due terzi degli adolescenti desistono, dopo la pubertà invece chi inizia non torna indietro. Riflette Massara: «C’è chi dice che la disforia ora sia di moda, in letteratura si parla di gruppi di amici che fanno coming out, senza aver mai detto nulla prima. Il sospetto è che ci sia una sorta di contagio sociale». Negli Stati Uniti c’è un reality sulla vita del precoce transgender Jazz Jennings; mentre sul canale Fox, dal 17 dicembre va in onda Butterfly, una serie che racconta la transizione di un bambino di appena 11 anni. «Se in passato erano più numerosi i maschi che si sentivano femmine (si definiscono MtF), oggi sono in crescita le femmine che vogliono diventare maschi (FtM)» spiega Maddalena Mosconi, psicologa e psicoterapeuta, responsabile area minori del Saifip presso l’Azienda ospedaliera S. Camillo-Forlanini, il più importante centro della capitale per i ragazzi gender variant. «Le richieste sono raddoppiate, cinque anni fa arrivavano 15 famiglie, oggi siamo arrivati a 50. Per alcuni è come elaborare un lutto. Raccontano che guardano le foto del passato e piangono. Dicono: “Ho perso un figlio”». Racconta una madre di tre bambini che vive a Taranto: «La più grande, 14 anni, biologicamente è una femmina, ma non accetta questo fatto. Ho creduto fosse una fase, una crisi adolescenziale. Poi ho capito il suo disagio, ho avuto paura che si uccidesse. Ho cercato di capire, di trans avevo sentito parlare solo per il caso di Lapo Elkann. La sorella più piccola l’ha sempre supportata, era lei a fasciarla come un salame. Mio marito invece non l’ha accettato. Lei gli dice: “Cosa cambia papà, sono sempre io”». Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica all’Università Federico II di Napoli e presidente dell’Osservatorio nazionale identità di genere ha seguito più di 100 minori. Nel 2006 erano solo due. Spiega: «Ho genitori che mi dicono: “Un figlio gay lo accetto, un trans mai”». Per Stefania C., che in Sardegna sta affrontando la transizione della sua secondogenita di 16 anni, FtM, tutto è tremendamente complicato: «Faccio fatica a chiamarlo con il nome maschile. Fin da piccolissima era un maschiaccio, ma io non avevo capito niente. Poi ha lasciato la scuola e si è rintanato in camera. Un giorno mi ha detto che voleva parlare con uno psichiatra e mi ha fatto vedere un sito internet sull’attribuzione del sesso. D’estate non si spoglia, per mascherare le forme femminili è molto ingrassato». Mariella Fanfarillo è una delle pochissime madri che si è esposta, raccontando apertamente la storia della figlia Olimpia. «Ho dovuto capire presto che Lorenzo, il suo nome maschile, non è mai esistito. Questa è la consapevolezza cui devono arrivare i genitori. Ma so quanto è doloroso. A tre anni si comportava come una bambina, ma allora nessuno parlava di “varianza di genere” e io pensai che fosse solo molto sensibile. Amava le bambole Winx, ma quando andavamo a comprarle mi pregava di dire che erano per qualcun altro. Si vergognava. A scuola è cominciato il bullismo, la discriminazione dei ragazzi e degli insegnanti. Lei si tingeva i capelli, si rifiutava di entrare nel bagno dei maschi. In palestra era impensabile che andasse. A 14 anni fu aggredita. A 16 anni mentre guidavo mi disse: “Hai capito che sono una donna?”. Sentirglielo dire è stato un pugno nello stomaco. I farmaci bloccanti? Sospendere così uno sviluppo mi rende perplessa». Olimpia è stata tra le prime minorenni a essere autorizzata da un tribunale al cambio di sesso. Dice ancora sua madre: «In Italia le liste per l’operazione sono infinite, così siamo partite per Bangkok. Sette ore di intervento e poi la terapia intensiva. Il costo è stato di 8.400 euro». Ma la prima minorenne a operarsi in Italia è stata Yasmin Incretolli, oggi scrittrice: «A 13 anni compravo ormoni sul mercato nero, alla fine mia madre cedette, volevo essere una donna anche a costo di mettere in pericolo la mia vita. Da minorenne nel 2011 mi operai a Roma. Allora non si poteva ottenere il riconoscimento anagrafico senza l’intervento. Oggi si può». E così l’operazione arriva anni dopo o non arriva mai, come per la poetessa Giovanna Vivinetto: «Ho imparato a convivere con il mio corpo». Giovanna, che ha dedicato i versi del suo libro Dolore minimo (Interlinea) alla transizione, racconta: «Avevo un fratello gemello, ma siamo cresciuti in modo diverso, io ho sempre saputo che ero una bambina». A Floridia in Sicilia all’inizio degli anni Duemila non esisteva l’espressione gender variant: «Mi chiamavo Giovanni. Mia nonna, con cui vivevamo, mi disse solo: “Ma sei sicuro?” Poi il parroco le disse che Gesù amava tutti e lei si tranquillizzò». In seguito, grazie a Barbara D’Urso, ha capito chi voleva realmente essere. «Aveva dedicato» spiega Vivinetto «alcune puntate alla storia all’attrice trans Vittoria Schisano. Da lì mi si è spalancato un mondo…». Daniela C. ha avuto due gemelli, oggi di 12 anni: «Uno dei due fin da piccolo aveva un’attrazione per il mondo femminile. Viviamo a Ravenna, una città chiusa, dove non ho trovato aiuto né comprensione. Lui non è mai stato invitato a nessun compleanno, è molto solo. A volte confesso che l’ho anche trattato male, gli urlavo: “Sei un bambino”». Poi Daniela si è ammalata, ha avuto un tumore, per cui si è curata. «Lui parlò con il padre, gli disse che non voleva farmi soffrire, ma voleva essere una ragazza. Sapeva già tutto degli ormoni e dell’intervento… Il fratello però non riesce a capirlo, gli urla che è ridicolo, ha paura di venir preso in giro. A volte sento che gli dice: “Sei nato maschio come me, resta maschio”».

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Foto: Un momento della celebrazione del primo matrimonio transgender all’interno dell’aula consiliare del Municipio di Aversa (Caserta) tra Alessia Cinquegrana, ex miss Trans che ha ottenuto l’attribuzione del sesso femminile e il riconoscimento del nuovo status senza passare per l’intervento chirurgico, e Michele Picone, 27 Aprile 2017 – Credits: ANSA/CESARE ABBATE

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